Anche un semplice scarto da cucina può contribuire alla rivoluzione sostenibile del settore automotive. Lo dimostra il poster scientifico presentato da Maria Michela Dell’Anna del Politecnico di Bari durante il III Convegno Nazionale della Divisione di Chimica per le Tecnologie della SCI e il XIV Convegno AICIng, appuntamento di riferimento per la comunità scientifica impegnata nella chimica applicata all’industria e all’ambiente.
Il lavoro, dal titolo “Waste cooking oil valorization in the field of sustainable mobility”, rappresenta un ulteriore tassello della visione del progetto CO-SMART, promosso dal Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile (MOST) con fondi PNRR. In particolare, l’attività è inserita negli Spoke 11 e 14, rispettivamente dedicati all’innovazione nei materiali riciclati e alla chimica verde per l’industria automobilistica.
Cinque strade per trasformare l’olio esausto in biolubrificante
La ricerca ha avuto un obiettivo chiaro: valorizzare l’olio da cucina esausto (WCO) attraverso processi di trasformazione chimica in biolubrificanti, destinati ad applicazioni in ambito automobilistico. L’approccio scelto affronta contemporaneamente due sfide ambientali: da un lato la necessità di smaltire in modo sicuro e utile un rifiuto pericoloso, dall’altro l’urgenza di ridurre l’uso di lubrificanti fossili nei sistemi meccanici.
Sono stati preparati e testati cinque tipi diversi di biolubrificanti a partire da WCO:
- Olio esausto filtrato ed essiccato
- Transesterificato in metanolo e parzialmente idrogenato (H-FAMEs)
- Parzialmente idrogenato senza transesterificazione
- Idrogenato selettivamente per privilegiare le catene C18:1
- Estolide, un composto ad alta viscosità ottenuto da acidi grassi insaturi
Questi prodotti sono stati valutati in funzione della loro stabilità, viscosità e potenziale applicazione come lubrificanti per bulloni e giunzioni filettate in ambito automobilistico, un settore dove le performance tribologiche sono fondamentali.
Biolubrificanti: più sostenibilità, zero compromessi
L’uso dell’olio esausto non rappresenta un compromesso in termini di prestazioni. Al contrario, i test condotti hanno dimostrato che questi biolubrificanti possono eguagliare (o superare) molti parametri chiave dei prodotti a base petrolifera, con il vantaggio aggiuntivo di essere a basso impatto ambientale e facilmente reperibili da un flusso di scarto già esistente.
La produzione di questi lubrificanti si basa su tecniche di chimica verde, che limitano l’uso di sostanze tossiche e riducono il consumo energetico, rendendo il processo scalabile e replicabile in un contesto industriale.
Una mobilità che parte anche dalla tavola
Concludendo, l’esperienza presentata a Milazzo dimostra che anche ciò che buttiamo via ogni giorno può diventare una risorsa preziosa per il futuro della mobilità. Grazie alla ricerca scientifica e al supporto di programmi strategici come il PNRR, l’olio esausto può tornare in circolo, non nei piatti, ma nei motori – in modo sicuro, ecologico e intelligente.